secondo episodio in italiano: la voce, la paura di sbagliare, l'oratoria a scuola e perché cominciamo prima di essere perfetti.
la voce, la paura di sbagliare e il ragazzo che voleva parlare (506.it)
introduzione
ciao a tutti. benvenuti di nuovo in 4.10 osservazioni di genio brunner-potanin.
nel primo video in italiano vi ho raccontato chi sono, perché è nato questo progetto e perché ho deciso di cominciare a parlare anche in italiano.
oggi voglio continuare. e voglio raccontarvi una cosa che mi accompagna praticamente da tutta la vita.
la voce. il modo di parlare. la paura di sbagliare. e quella stranissima sensazione che provi quando vuoi dire qualcosa agli altri, ma non sai ancora esattamente come farlo.
perché io, in realtà, ho sempre parlato molto. forse anche troppo.
ma parlare molto e saper parlare bene... non sono esattamente la stessa cosa.
io non sono un blogger principiante
quando ho cominciato questo progetto mi sono fatto una domanda: sono un blogger principiante?
e poi ho pensato: ma per quanto tempo una persona può continuare a definirsi principiante? un mese? un anno? dieci anni?
io avevo già provato altre volte a registrare dei video. avevo fatto altri tentativi. qualcosa funzionava. qualcosa no.
una volta il problema era il microfono. un'altra volta il suono. un'altra volta ero io che non sapevo bene cosa stessi facendo.
quindi ho deciso che non sono un blogger principiante. sono un blogger... in continuazione.
mi piace questa definizione. perché contiene una cosa importante: non devo essere arrivato. devo continuare.
la telecamera ti costringe a guardarti
quando cominci a registrarti succede una cosa terribile. devi guardare te stesso. e soprattutto devi ascoltare te stesso. e questa seconda parte può essere molto peggio.
ti accorgi di come muovi le mani. di come stai seduto. di quanto velocemente parli. delle parole che ripeti continuamente. dei suoni strani che fai mentre pensi. e della tua voce.
io ho una voce abbastanza alta. e quando mi emoziono, diventa ancora più alta.
oggi lo so. ma quando ero ragazzo? non credo di averlo capito davvero. anzi, quando ascolto alcune vecchie registrazioni, mi viene una domanda: perché nessuno me l'ha detto?
il ragazzo che parlava troppo in alto
a scuola partecipavo a molte attività. cantavo anche nel coro. e ricordo la mia insegnante di musica.
lei cercava di farmi cantare più in basso. praticamente mi diceva: "potanin, basta! sei un uomo, canta più in basso!"
e io ci provavo. davvero. ma poi, appena potevo... tornavo verso le note alte.
mi piaceva. era naturale per me. e questa cosa è rimasta.
anche oggi, quando mi emoziono, la voce sale. quando parlo velocemente, sale. quando voglio raccontare dieci cose nello stesso momento... sale ancora.
quindi una delle cose che sto imparando attraverso questi video è proprio questa: usare la voce.
non cambiare la mia voce. non voglio diventare un'altra persona. voglio semplicemente imparare a controllarla meglio.
una voce si può allenare?
secondo me sì.
naturalmente abbiamo caratteristiche fisiologiche. abbiamo le nostre corde vocali. abbiamo il nostro timbro. abbiamo il nostro corpo.
ma il modo in cui utilizziamo la voce può cambiare moltissimo. possiamo imparare a respirare. possiamo imparare a rallentare. possiamo imparare a non mangiarci metà delle parole. possiamo imparare a fare una pausa.
e soprattutto possiamo imparare una cosa difficilissima: non avere paura del silenzio.
io questa paura ce l'ho. se c'è un secondo di silenzio, dentro di me parte subito qualcosa: "presto! di' qualcosa!"
ma perché? forse non devo dire niente. forse una frase ha bisogno di due secondi per arrivare alla persona che mi sta ascoltando.
parlare non significa correre
questa cosa la sto capendo ancora di più adesso che registro in italiano.
in russo posso correre. la lingua russa è dentro di me. non devo pensare continuamente alla grammatica.
in italiano invece devo rallentare. devo guardare una parola. devo ricordarmi dove cade l'accento. devo sentire come suona una frase.
e sapete che cosa ho scoperto? forse questo limite mi fa bene. perché mi obbliga a essere più presente. a non correre semplicemente verso la fine della frase.
una vecchia storia di scuola
quando frequentavo gli ultimi anni della scuola, partecipai a un'iniziativa legata all'unione europea. all'epoca vivevo ancora in russia, nella regione di irkutsk.
in alcune scuole esisteva un progetto dedicato all'unione europea. bisognava conoscere che cosa fosse l'unione europea, come funzionasse, quali fossero le sue istituzioni. e ci furono anche delle competizioni tra studenti.
una riguardava, tra le altre cose, la capacità di parlare in pubblico. l'oratoria. e io partecipai.
pensate un po'. io. con quella voce. con quella velocità. con la mia voglia di dire tutto insieme. partecipavo a una gara di oratoria.
non sempre vince chi pensiamo debba vincere
ricordo che in quel periodo ci furono diverse competizioni. in una specie di elezione tra studenti non arrivai primo. e per molto tempo la cosa mi sembrava quasi ovvia.
poi, ripensandoci, ho capito che c'erano moltissimi fattori. c'era il numero degli studenti presenti da ogni scuola. c'erano le simpatie. c'era il meccanismo di votazione. e naturalmente c'era anche la possibilità semplicissima che gli altri preferissero qualcun altro.
ed è una cosa che da giovani non è sempre facile accettare. non ti hanno scelto. punto.
non significa che sei una cattiva persona. non significa che non vali niente. significa che in quella situazione qualcun altro ha ricevuto più voti.
oggi sembra banalissimo. da ragazzo può sembrare la fine del mondo.
e poi, invece, vinsi
ma c'era anche un'altra competizione. quella di oratoria. e quella la vinsi.
fu così che arrivai a mosca per rappresentare la mia città nell'ambito di quel progetto. era il periodo in cui l'euro stava entrando nella vita europea.
e io ricordo persino il mio look. avevo una specie di immagine da ostap bender. un cappello. una sciarpa. una certa teatralità.
insomma, ero già io. solo più giovane. e probabilmente molto più rumoroso.
oggi riguardo quel ragazzo
la cosa interessante è che oggi posso guardare quel ragazzo da lontano. e posso sorridere.
posso vedere tutte le cose che non sapeva fare. la voce. il ritmo. le pause. la postura. la sicurezza.
ma non voglio prenderlo in giro. perché quel ragazzo aveva una cosa importantissima. ci provava.
non aspettava di avere una voce perfetta. non aspettava di essere un professionista. non aspettava di sapere tutto.
andava. parlava. partecipava. e qualche volta perdeva. qualche volta vinceva.
forse crescere significa anche questo
oggi potrei guardare una registrazione di allora e dire: "che orrore."
ma sarebbe troppo facile. perché io posso parlare come parlo oggi anche grazie a quella persona. grazie a tutti quegli errori. grazie alle figuracce. grazie alle volte in cui qualcuno mi ha corretto. e anche grazie alle volte in cui nessuno mi ha corretto e ho dovuto capirlo da solo vent'anni dopo.
forse crescere significa proprio questo: guardare la nostra versione precedente senza vergognarci troppo.
possiamo dire: "oggi farei diversamente." ma non dobbiamo necessariamente dire: "quello che ero faceva schifo."
perché senza quella versione non esisterebbe questa.
anche questo italiano farà parte della mia storia
ed è esattamente per questo che sto facendo questi video in italiano. so già che sbaglierò. so già che qualcuno sentirà una parola e penserà: "genio, no. non si pronuncia così." perfetto. ditemelo. io imparerò.
magari oggi leggerò lentamente. tra sei mesi un po' più velocemente. tra un anno forse non avrò nemmeno bisogno di leggere tutto.
e allora questo primo periodo diventerà parte della storia del progetto. come quella vecchia gara di oratoria.
non dobbiamo vergognarci di imparare
da adulti succede una cosa strana. ci vergogniamo di non sapere.
un bambino dice tranquillamente: "non lo so." un adulto cerca di nasconderlo.
perché? se sto imparando una lingua, è normale sbagliare. se sto imparando a cantare, è normale prendere qualche nota male. se comincio un nuovo lavoro, è normale non sapere tutto il primo giorno.
eppure vogliamo apparire già competenti. già pronti. già sicuri.
forse perché abbiamo paura del giudizio. ma se aspettiamo di non avere più paura del giudizio... potremmo non cominciare mai.
il mio obiettivo non è parlare come un italiano
almeno non oggi. il mio obiettivo è molto più semplice.
voglio riuscire a raccontarvi quello che penso. voglio essere capito. voglio migliorare. voglio trovare anche in questa lingua il mio ritmo.
perché ogni lingua cambia un po' la persona che la parla. in russo sono velocissimo. in italiano forse diventerò un po' più calmo.
chissà. magari l'italiano riuscirà finalmente a fare quello che la mia famiglia e i miei insegnanti non sono riusciti a fare per anni: farmi parlare più lentamente.
finale
e questa è la mia osservazione di oggi. non dobbiamo aspettare di essere bravissimi per fare qualcosa. a volte diventiamo bravi proprio perché abbiamo cominciato quando non lo eravamo ancora.
quel ragazzo della regione di irkutsk non aveva una voce perfetta. non aveva una tecnica perfetta. non aveva una sicurezza perfetta.
ma salì su un palco. parlò. e molti anni dopo quello stesso ragazzo, ormai adulto, vive in italia e prova a raccontare la sua storia in italiano.
forse la vita funziona anche così. facciamo una cosa senza sapere esattamente dove ci porterà. e vent'anni dopo scopriamo che quel piccolo gesto è ancora con noi.
io sono genio brunner-potanin. questo è 4.10 osservazioni.
e se anche voi state imparando qualcosa... una lingua, un lavoro, uno strumento, o semplicemente un modo nuovo di vivere... non aspettate di essere perfetti.
cominciate. gli errori li correggeremo strada facendo.
grazie per avermi ascoltato. ci vediamo nel prossimo video. ciao!
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