terrazzo macho. un sogno (227)

durante la notte ho fatto un sogno spiacevole. ero testimone di rapimenti a scopo di riscatto. le persone venivano picchiate, ridotte a sangue, spezzate. io non partecipavo, ma vedevo. ed è stata proprio questa…

durante la notte ho fatto un sogno spiacevole.
ero testimone di rapimenti a scopo di riscatto. le persone venivano picchiate, ridotte a sangue, spezzate. io non partecipavo, ma vedevo. ed è stata proprio questa sensazione — essere lì e non poter intervenire — la parte più pesante.

al risveglio sono rimasto per un po’ in silenzio, cercando di capire cosa mi avesse colpito davvero. non era la paura per la vita, né la crudezza delle immagini. era un senso di vulnerabilità. come trovarsi nel posto sbagliato, al momento sbagliato, senza protezione.

ho capito che il sogno non parlava di criminalità. parlava di controllo. o meglio, della sua perdita. di quelle situazioni in cui dipendi dalle circostanze, dalle decisioni altrui, dalle reazioni degli altri. e quando al posto della calma e del sostegno trovi aggressività, qualcosa dentro si incrina.

in sogni come questo sei quasi sempre un testimone, non un attore. perché anche nella vita reale capita di trovarsi nella posizione di una persona adulta e autonoma che, all’improvviso, è costretta ad adattarsi. ad aspettare. a sopportare. ad accettare il tono degli altri come se fosse inevitabile.

in quel momento mi è tornato in mente un pensiero che qualcuno ha espresso più volte: in certe circostanze la paura di diventare complici è più forte della paura di rifiutarsi di agire. non è il timore della punizione o delle conseguenze, ma il terrore di far parte della violenza. la vera domanda non è se sia difficile dire "no", ma se si ha abbastanza coraggio e carattere per non fare ciò che va contro la vita e la salute degli altri, anche quando si è costretti.

forse è per questo che nel sogno ero solo un testimone. perché la scelta più difficile non è tra azione e inattività, ma tra obbedienza e rifiuto interiore. tra "eseguire" e preservare se stessi.

mi accorgo sempre più spesso che i sogni arrivano non quando tutto va male, ma quando hai già capito tutto e non hai ancora del tutto lasciato andare. sono come un’eco. l’ultimo impulso per tracciare confini definitivi.

questo sogno non è stato un avvertimento. piuttosto una conferma. che la sicurezza non è una parola astratta. è fatta di decisioni concrete, di "no" pronunciati al momento giusto e della capacità di non doverli spiegare ogni volta.

al mattino sono uscito in terrazza, ho bevuto un caffè e ho pensato che il sogno aveva fatto il suo lavoro. mi ha ricordato che i propri confini e la capacità di non diventare complici valgono più di qualsiasi compromesso.

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